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28.10.10

Un mare di giovani ha riempito Plaza de Mayo, in sostegno alla presidente Cristina Fernandez
di Goffredo Palmerini


BUENOS AIRES – Sono arrivato di buonora, stamattina, con il volo da Roma. Erano le cinque e mezza quando ho lasciato l’aeroporto Pistarini per il centro della città. Albeggiava con chiarori d’arancio, a levante, nella grande spianata su cui sorge la metropoli sudamericana, mentre l’altra parte di cielo attendeva che le prime luci dell’aurora mettessero in fuga le ultime tenebre della notte. Rapida consegna dei bagagli in un hotel del centro, sull’avenida Corrientes, e passeggiata mattutina in una città ferma nelle attività perché è il giorno del Censimento Nazionale. Tutti i negozi sono chiusi, Buenos Aires è quasi irreale rispetto a quella che ho conosciuto nelle tre precedenti occasioni. Pochissima gente in giro. Faccio un giro per Puerto Madero, il vecchio porto restaurato con cura come luogo di relazioni e di passeggio, lungo il canale che dall’estuario del Rio de la Plata penetra alla Boca, fin alle case colorate del Caminito. Da lì vedo un lato della Casa Rosada, il palazzo presidenziale che fa da quinta alla famosa Plaza de Mayo. M’avvio di lena, non ci vuole molto a passo svelto, alle sette e mezza sono là.

La piazza è vuota, solo qualche clochard disteso sulle panchine e qualche cane randagio. Poi, d’improvviso, dalla Casa Rosada esce il picchetto della guardia in alta uniforme diretta al pennone posto di fronte alla casa presidenziale, nei pressi del monumento dedicato al generale Josè de San Martin, l’eroe che diede l’indipendenza all’Argentina e alla parte meridionale del sud America, mentre di quella a nord s’occupava con successo Simon Bolivar. Assisto con interesse alla ceremonia dell’alza bandiera, mentre la tromba suona l’inno di rito e un militare fa lentamente salire una grande bandiera a strisce biancocelesti con un sole al centro, símbolo della nazione argentina, fino alla sommità del pennone. Ho voluto descrivere nel dettaglio la cerimonia, mi renderò conto che ho assistito ad un rito portato a termine in modo ordinario, perché quella piazza, dedicata al 25 maggio 1810 quando Buenos Aires dichiarò la sua indipendenza, due anni dopo che le truppe di Napoleone avevano occupato la Spagna, conoscerà ben altri eventi straordinari di lì fra poco.

Sono appena passate tre ore da quando ho lasciato la piazza, mentre la città viene colta dalla notizia dell’improvvisa morte, avvenuta a El Calafate, dell’ex presidente argentino, Nestor Kirchner. È stata la stessa presidente della Repubblica, Cristina Fernandez, riferiscono le prime cronache, ad assistere il marito e ad accompagnarlo in ospedale. Il paese intero ha reagito con un moto di dolore e di sgomento alla notizia della scomparsa dell’ex presidente, 60 anni, persona stimata per il forte carisma e per i notevoli risultati che la sua politica, non senza contrasti da parte del grande capitale e dei proprietari terrieri, ha saputo dare nei suoi quattro anni di mandato e nei quasi tre seguiti con la presidenza della moglie Cristina. Certo è  che un paese allo sbando economico, per le pesanti conseguenze per la crisi finanziaria degli anni precedente, con lui si è rimesso in carreggiata e oggi gode d’un tasso di crescita tra i più alti al mondo, intorno all’8 per cento. Importante scelte sociali hanno dato a tutti gli argentini la possibilità di una pensione, ha investito nella formazione scolastica e nella sanità, specie riguardo all’infanzia. Certo, queste riforme non sono passate senza un dazio, tanto che le classi abbienti e il grande capitale hanno diffidato del presidente Kirchner ed ora diffidano di Cristina Fernandez. Ma questa non vuole essere un’analisi politica, oggi non ho tempo di curare questo aspetto. Piuttosto voglio parlare da testimone, trovandomi per caso in un momento particolare e doloroso del Paese ad osservarne il comportamento. Tutte le reti televisive si sono dedicate alla notizia, con collegamenti in diretta e commemorazioni, ripassando le immagini degli eventi più significativi della presidenza Kirchner. Quella bandiera issata sulla sommità del pennone, come le tante altre degli edifici pubblici della capitale, sono scese a mezz’asta, listate a lutto. Tre giorni di lutto nazionale. La città è scesa per strada, quasi per una inmediata condivisione civile del lutto, mentre alla presidente Cristina Fernandez giungevano gli attestati di cordoglio da tutto il mondo. Plaza de Mayo, resa ancor più famosa dalle manifestazioni delle Madri dei desaparecidos, impegnate in una lotta d’amore per i 30 mila loro figli, dal 1976 imprigionati e torturati, poi fatti scomparire nel nulla dalla dittatura di Rafael Videla, già nella tarda mattinata - la morte dell’ex presidente è avvenuta alle 10 e mezza antimeridiane - si andava animando come luogo símbolo del lutto nazionale, con i cittadini d’ogni ceto che alle transenne poste a riparo della Casa Rosada hanno cominciato ad appendere cartelli, lettere, testimonianze d’affetto per Nestor Kirchner e d’incoraggiamento alla “Presidenta Cristina” ad andare avanti nell’opera di riforma del Paese.
A sera la piazza era piena come un uovo. Classe media, ma sopra tutto giovani, un mare di giovani con striscioni e bandiere, a manifestare affetto, solidarietà e voglia di lottare. Ho visto nei loro volti non smarrimento, ma una forte tensione morale che è specchio d’una speranza di rinascita, una voglia di futuro, d’una adesione di fondo ad un disegno di Paese, nuovo e moderno. Insomma, quelle sensazioni che da tempo nella vecchia Europa difficilmente si riescono a cogliere in mezzo ai giovani. Non c’era rassegnazione in quella piazza, ma una determinazione che fa comprendere quanto Kirchner abbia saputo profondere, nelle nuove generazioni, il senso della Nazione, in termini di prospettive di futuro e, in fondo, di fiducia nella classe politica dirigente. E non è casuale che questo sia accaduto, se proprio il presidente Kirchner ha saputo anche corrispondere all’insoddisfatto bisogno di giustizia nel Paese, operando perche` i responsabili dei gravi crimini politici durante dittatura Videla, con il generale in testa, finalmente finissero in galera. 
Dunque, in Plaza de Mayo un clima persino festoso, a supporto del governo argentino e della Presidente. Anche con qualche sorpresa, come l’arrivo tra la folla d’una cospicua delegazione di Madres de la Plaza de Mayo, con i loro fazzoletti, guidate da Estela de Carlotto, candidata al Nobel per la Pace. Manifestazione che man mano ha riempito anche le strade che confuiscono sulla piazza, un’autoconvocazione piena di coraggio e sentimento. Le reti tv, con i loro trespoli su piattaforme soprelevate, hanno dato in diretta, di minuto in minuto, conto della straordinaria manifestazione. Domani 28 è preannunciata la manifestazione di solidarietà dei sindacati, sempre in Plaza de Mayo. Sono qui nella capitale argentina per una serie d’incontri con associazioni abruzzesi e con l’Università di Buenos Aires. Poi, per i lavori dell’Assemblea del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM) che qui si svolgerà dall’1 al 3 novembre, organizzato dalla Fedamo, la più antica Federazione delle Associazioni Abruzzesi in Argentina, che quest’anno compie 40 anni d’attività, presieduta dall’avv. Alicia Carosella, componente del CRAM.
Infine, sono qui per partecipare, il 31 ottobre, al meeting delle Regioni italiane che hanno arricchito l’Argentina con il fenomeno migratorio, promosso dalla Municipalita`di Buenos Aires. Nell’occasione sono giunte delegazioni da diverse regioni. L’Abruzzo, gia` presente per il CRAM, ha portato anche prodotti dell’enogastronomia regionale e sussidi di promozione turistica da allestire in appositi stand, durante il meeting interregionale. Dal Brasile, grazie al progetto ByAbruzzo portato avanti con successo dalla Feabra, la Federazione delle Associazioni Abruzzesi in Brasile presieduta dall’aquilano Franco Marchetti, altri prodotti abruzzesi si sarebbero aggiunti all’esposizione. Giunge ora l’annuncio che questa manifestazione, per effetto del lutto nazionale, verrebbe fatta slittare d’una settimana. Ma di questo avremo modo di riferire in altra occasione.

11.8.10

Dotato di capacità di osservazione acuta e “cristiana modestia” (ma presa dai gesuiti o dagli scolopi, non certo dai francescani), incline alla battuta ironica e pronto a favorire scuse pubbliche, Cossiga spesso è stato tacciato di follia; una personalità complessa suscettibile di amori e dissapori. “Ma io non sono matto. Io faccio il matto. È diverso… […] io sono il finto matto che dice le cose come stanno”, ha detto nel 2007 in una intervista al Il Foglio. Gli stati depressivi non sono un'invenzione dell'età moderna. Esistono da sempre. Come dimostrano numerose testimonianze, la depressione e la sua variante più attenuata, la malinconia, sono state descritte da artisti e letterati dei secoli passati. Fino a oggi, tuttavia, si è indagato pochissimo sui fattori scatenanti, i motivi e le cure della depressione. Senza dubbio ciò è in parte da ricollegare alla dinamica stessa di questo stato d'animo, perché diversamente dal soggetto aggressivo, che scarica la frustrazione all'esterno, il depresso la tiene tutta per sé. Si ritrae al proprio interno, si nasconde, non vuole avere nulla a che fare con il resto del mondo e, di conseguenza, riceve anche molta meno attenzione. Quello che il depresso considera il significato, lo scopo della sua vita, va perduto, o comunque non si realizza. E non è un caso che Cossiga abbia a lungo sofferto e a più riprese, di depressione. Oggi l'ex presidente della Repubblica e Senatore a vita , Francesco Cossiga, 85 anni lo scorso 26 luglio, è stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma per problemi respiratori, che si sarebbero aggravati nel corso della giornata, tanto che, sembra, in serata gli sarebbe stato somministrato il sacramento dell'unzione degli infermi, altrimenti noto come estrema unzione. Il reparto di rianimazione è blindato, è vietato l'accesso a giornalisti e telecamere e poliziotti in borghese sorvegliano la zona. La famiglia ha chiesto di mantenere il più stretto riserbo. Durante il settennato della sua presidenza della Repubblica, prima con le sue rivelazioni sul caso Gladio, poi sulla P2, poi con le “picconate” alla degenerazione partitocratica di ogni colore, è stato considerato da molti “un matto da legare” e da tanti altri un uomo pericoloso e da temere. Ma il suo nome resta soprattutto legato al caso Moro. Nel marzo-maggio 1978, ricoprì l’incarico, cruciale e decisivo, di ministro dell’Interno nel governo Andreotti e, per cinquantacinque giorni, diresse le indagini sul rapimento di Aldo Moro nell’agguato di via Fani da parte delle Brigate Rosse e non ha mai raccontato interamente le verità di cui è a conoscenza. Nel 2002 intervenne sul più diffuso quotidiano del nostro Paese, Il Corriere della Sera, per smentire la testimonianza dell’on. Giovanni Galloni, che un mese prima, durante la presentazione del libro di Giuseppe De Lutiis sulla vicenda, aveva riaffermato la sua convinzione della presenza della Cia nell’affare complesso legato al rapimento e all’assassinio successivo dello statista cattolico. In quella versione Cossiga chiama in causa il supposto silenzio del Pci, poiché: “non i vertici del partito, non Berlinguer e Pecchioli ma i capi sindacali nelle fabbriche conoscevano la verità e tacquero”. Secondo l’ex presidente, che chiama in causa l’ex brigatista Gallinari, “i comunisti e più ancora il Kgb hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi del Viminale erano tutti protetti di Moro. Ed erano filoamericani. Del resto l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le Br per farle venire allo scoperto”. Con simili affermazioni, Cossiga ha allontanato da sé i sospetti che ancora gravano, dal punto di vista storico, sul suo ruolo di ministro dell’Interno durante quei drammatici giorni, giacché assolve otto su dieci membri del Comitato di crisi del Viminale legati alla P2 in quanto “protetti di Moro”, anche se cade in una patente ed ulteriore contraddizione, perché sostiene che erano tutti filoamericani ma dimentica che Moro era, in quel momento, in grave contrasto con il Dipartimento di Stato americano per la politica di compromesso storico con il Pci. Ma, forse, per comprendere l’enigmatico, contraddittorio, contorto Cossiga, bisogno rileggere la sua lunga postfazione al volume "Il torto e il diritto . quasi un' antologia personale", a cura di Pasquale Chessa, edito da Mondadori nel lontano 1993. Scrive l’ex Presidente: “non trovavo contrasti nell' auspicare e nell' operare per il definitivo ingresso del Partito comunista (a me piace tuttora chiamarlo cosi' , non trovando nella storia dell' Italia nulla di indegno in questo nome, perche' debba essere cancellato) nel circuito vivo del governo del Paese, a ogni livello e in ogni forma, e nel ritenere ormai storicamente realistica l' accettazione nella vita democratica del partito della continuita' non "del" ma "dal" fascismo". Ed è evidente che tutto questo stride con l’anticomunismo radicale e radicato che ha da sempre contraddistinto ogni sua azione. Cossiga, anche in quel caso, vorrebbe farci credere che il suo scopo era di realizzare la "democrazia compiuta", cioe' la perfetta alternanza di governo fra maggioranza e opposizione; senza tener conto che la storia ce lo ha consegnato, nei fatti, come il presidente della Repubblica piu' odiato dalla sinistra, il presidente di Gladio accusato di golpismo se non di stragismo (anche se nessuno, salvo Pannella, ha poi raccolto le firme per metterlo in stato d' accusa) e non già, come scrive, estimatore di Occhetto al punto da essere pronto ad affidargli addirittura l' incarico di formare il governo. Insomma già da allora, più di tre lustri or sono, Cossiga costruisce il suo bel falso monumento alla memoria e vuole farsi ricordare come un innovatore a cui solo le circostanze e le asprezze del contrasto politico hanno impedito di essere il de Gaulle italiano, o almeno il "traghettatore" , come si direbbe oggi , dalla prima alla seconda Repubblica. Il suo predecessore Sandro Pertini, secondo lui, era un conservatore sul piano istituzionale, legato al mito fondante della Repubblica. Mentre lui, capace di cimentarsi coi tempi e sul terreno della prassi, fu un riformatore: tanto che gli incarichi a Spadolini e a Bettino Craxi furono opera sua. E le contraddizioni fra fatti e detti, azioni e parole, sono continuate anche dopo. Nel 2005 dichiarò: “dal 1° gennaio 2006 non mi occuperò più di politica militante, né con attività, né con parole, né con scritti. Non mi occuperò di politica, salvo lo impongano imprescindibili motivi di coscienza etica […]”; continuando “nella vita vi è un tempo per operare ed un tempo per meditare e prepararsi a morire nella pace del Signore ed in amicizia con Lui”. Ma si sa, non sempre i buoni propositi corrispondono ad altrettante azioni. Dopo quell’annuncio, Cossiga ha continuato comunque a parlare e a scrivere di attualità politica intervenendo a tavole rotonde, a dibattiti televisivi e radiofonici concedendo, altresì, interviste sui temi banditi. Nel 2009, in un altro libro molto interessante da titolo chilometrico e colto (Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso,) a cura di Anna Maria Cossiga, edito da Rubbettino, Cossiga scrive della sua sardità un concetto non facilmente intuibile per chi sardo non è. Riferendo peculiarità tipiche della sua terra, il presidente tratteggia i riti superstiziosi e le fantasie di un popolo incline alle profezie e alle credenze folcloristiche. Ricorda l’incanto dell’autonomia del vecchio Ducato di Savoia, caduto a favore del nuovo Regno di Sardegna, e la stranezza dei sardi nel votare unilateralmente a sostegno della realtà che veniva configurandosi. Una terra dove «non si dice “rubare il bestiame”, ma “truvare sa roba”, cioè far camminare la roba” e dove la vendetta è azione alla quale un uomo d’onore non può sottrarsi. In questo capitolo Cossiga racconta le sue origini miste, tra borghesia e piccola nobiltà, la fanciullezza e i miti infantili appartenuti alla famiglia democratica, antifascista, repubblicana e autonomista sarda. Non perde occasione, l’autore, per puntualizzare la sua educazione in parrocchia-oratorio, diversamente da Romano Prodi, in parrocchia anch’egli, ma in “odore di sagrestia!”. Nel secondo capitolo, Alias, vengono riproposti gli alter ego di Cossiga, nomi con i quali firma articoli e interviste e che diventano emblematici della contraddizione del suo pensiero. Uno di questi è Franco Mauri, ispirato al nome completo, Francesco Maurizio, e con il quale su Libero del 2003 dichiara il suo mito politico, Palmiro Togliatti. Fa sorridere altresì la vignetta di Forattini riportata in copertina: un Cossiga vestito da magistrato al banco degli imputati che proclama: “Sono per il no, ma per non interferire, voterò sì”. E’ proprio vero, Cossiga della contraddizione ha fatto una bandiera ed è per questo che è un politico interessante, pieno di angolo bui, un angiporto labirintico più intricato della stesso compagno di partito Giulio Andreotti. Ancora su Il Foglio, nel 2003, da una definizione secca e netta anche su alcuni politici di oggi. Di Prodi dice: “è la persona che capisce meno di politica, ma è uno dei più furbi che conosco… dice le bugie meglio di Berlusconi”; mentre del Cavaliere e del suo partito afferma: “Forza Italia è l’unico caso di un partito fondato non sulla base di una scelta culturale e direi quasi filosofica, ma per emancipazione di un’unica personalità” e continua: “Berlusconi è una novità assoluta, unico caso di leader che ha creato un partito ex novo e dunque nemmeno concepibile senza di lui”. Infine, il 22 giugno dello scorso anno, Cossaga, dal Corriere, scrive una lunga lettera di amicali rimproveri al Cavaliere raccomandandogli: “basta rotolarsi nella melma”. In quel momento in cui il Cavaliere si trovava in un brutto impiccio per motivi “sentimentali” e anche” per motivi, diciamo così, mercantili”, Cossiga dice al premier che lui è “vittima dell'odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità” e gli scrive di non credere “sia vittima di un complotto”. “Lascia stare i complotti - prosegue il presidente emerito della Repubblica – e respingi anche l`odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto”. Lo invita a vendere Villa La Certosa, “o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indifendibile e "penetrabilissima". Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equivoca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi”. Non chiedere scusa a nessuno, scrive Cossiga, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. “Non mi consta che gli altri due grandi sciupa femmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro popolo”. Chiede poi a Berlusconi di far la pace con Murdoch (“tra ricchi ci si mette sempre d`accordo”) e di cercare un armistizio con l`Anm (“porta alle lunghe la legge sulle intercettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un consistente aumento di stipendio”). Altrimenti se il premier avesse voluto fare la guerra avrebbe dovuto tenere al Senato un duro discorso sfidando l`opposizione, “fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impedendo con i voti la formazione di un altro governo, porta così il Paese a inevitabili nuove elezioni”. Beh, in parte, Berlusconi e la storia hanno dato ragione ai suoi consigli ed alle sue previsione da Pizia invasata. In mezzo ad un mare di contraddizioni Cossiga resta un uomo ed un politico fra i più importanti della prima e della fase iniziale della seconda Repubblica, un uomo che è passato attraverso varie vicende drammatiche e a cercato di riscattarsene, ma credendo, erroneamente, di poter tornare ogni volta quello di prima. Invece (e noi aquilani lo stiamo imparando), dopo grandi tragedie o grandi lutti, non si torna mai come prima e si resta, come dice Jodie Foster nel film di Nei Jordan “Nel buio dell’anima”, come cristallizzati e vuoti, dentro un altro noi, completamente diverso da come eravamo o speravamo di essere. Insomma una vicenda umana intricata e complessa quella di Cossiga, una vicenda molto difficile da decifrare e, soprattutto, da scusare e digerire.

22.6.10

Sophia Loren e Nino Ricci.

Il suo primo viaggio in Italia gli ha cambiato profondamente la vita, segnando il suo futuro di letterato. Dalla sua opera “Le vite dei Santi” è tratta una fiction con la Loren.



"Avevo dodici anni quando visitai il Molise. Quel viaggio cambiò letteralmente la mia vita: per la prima volta capii il mondo dei miei genitori e la sua complessa cultura”. Inizia con questi ricordi il racconto di Nino Ricci, nato a Leamington, in Canada, nel 1959. Già ai tempi del liceo era una celebrità perché divorava libri e scriveva storie a ritmi da primato, “ma ad impressionare era più che la qualità, la quantità”. Un amore per la letteratura instillato dalla sorella e che l’ha portato ad essere uno degli scrittori italo-canadesi più apprezzati e tradotti nel mondo. Due le lauree a supporto di questa passione, in Letteratura Inglese presso la York University di Toronto, e in scrittura creativa e letteratura canadese alla Concordia University di Montreal, e non poteva mancare un soggiorno a Firenze per studiare la nostra letteratura. Oggi Ricci vive a Toronto e la sua principale occupazione, chiaramente, è la scrittura.

Nel 1990, con Lives of the Saints ottiene il Books in Canada First Novel Award e il Betty Trask Award in Inghilterra; prima opera della trilogia composta da In a Glass House (1993) e Where She Has Gone (1997) raccolte in La terra del ritorno. Ma alla domanda quale sia la filosofia di questa trilogia, risponde: “Non sono sicuro che si possa individuare una filosofia o un messaggio nei miei romanzi. Credo che la letteratura esplori le complessità dell’essere uomini. L'esperienza dell'emigrazione mostra molte complessità: l'identità, la casa, la terra madre e così via, e mi ha offerto un'ampia tela su cui lavorare. Sono stato anche colpito dai vari miti come la terra promessa, il viaggio epico e dal sentimento che alla fine dell’esodo c’è una terra perduta cui ognuno mira di ritornare, come Ulisse dopo la guerra di Troia. Nei romanzi cerco di esplorare le dinamiche familiari e sociali, l'interrelazione tra religione e immaginazione, cerco un conflitto, in Vite la tensione tra l'individuo e la moralità sociale, in Where she was gone l'amore familiare e quello sessuale”.

Da Le Vite dei Santi, tradotto in 15 lingue, è stata tratta una fiction trasmessa da Mediaset, con Sophia Loren come protagonista e Sabrina Ferilli. “Il personaggio della Loren ne La Ciociara mi è stato d'ispirazione per la figura della madre, averla nel film equivaleva ad un valore aggiunto”. Ricci, con una punta di rammarico, sostiene che “lo script si è allontanato molto dalla trilogia. Ma questo capita con i film, spesso un oggetto a sé stante e non uno specchio del libro. Il risultato è che non sono riuscito a sentirmi realmente connesso con il pubblico italiano. Milioni di persone hanno seguito il film, ma non hanno visto qualcosa venuto dal mio cuore”.

Nino Ricci scrive in inglese ma le sue opere sono impregnate di radici italiane “cui sono profondamente grato perché mi hanno consentito un accesso alla cultura italiana che va ben oltre le nozioni, una cultura che mi arricchisce immensamente e allarga i miei orizzonti e la mia umanità. Allo stesso tempo sono grato al mio essere canadese perché qui avverto una libertà che non credo sia possibile altrove. E come sempre, cerco di attingere le mie influenze dovunque e di essere consapevole dei molti fili che si legano insieme per creare un'identità”.

Tra i suoi ultimi lavori, Testament con cui ha vinto il Trillium Book Award 2002. Oggi è immerso nella sua prossima opera, un romanzo su uno scrittore di successo di 50 anni che va incontro a una crisi di mezza età, “ma - precisa - non è una storia autobiografica”.

Giovanna Chiarilli – IL PUNTO

30.9.09

di Magalí Pizarro - ReportER

Dal 6 al 9 ottobre si svolgera’ a Bologna la Conferenza dei presidenti delle associazioni emiliano-romagnole all’estero, prevista dalla legge regionale
3/2006. Sara’ questa la prima Conferenza organizzata dalla Presidenta de la Consulta, Silvia Bartolini, che avra’ l’occasione di trovare tutti i presidenti delle 108 Associazioni sparse per il mondo oltre ai consultori e ai membri dell’ufficio regionale della Consulta. L’incontro permettera’ a ognuno di condividere esperienze, contribuire al lavoro comune e a far conoscere le attivita’ svolte dagli associati nei propri Paesi. Da Viedma arrivera’ Silvia Lazzarini che, in rappresentanza del Presidente Edgardo Bagli, sara’ impegnata nel promuovere le attivita’ portate avanti dall’Associazione Emiliano Romagnola della Comarca Viedma Carmen de Patagones. Silvia, socia fondatrice dell’Associazione, portera' il bilancio, di questi primi cinque anni, di lavoro sodo nella diffusione della cultura romagnola, progetti in marcia e altri che l'associazione pensa di avviare per il 2010.
Essendo questo il suo primo viaggio, Silvia approffitera' per passeggiare su e giu' per Bologna e per la romagna, da dove sono partiti i suoi antenati. Visitera' il paese di Coriano, a Montescudo, dove e' nato suo nonno Lazzaro Lazzarini, uno dei diciotto fratelli Lazzarini, che nel 1908, con 23 anni, si imbarco' per l'Agentina con un bagaglio pieno di illusioni, tutto l'amore e tutta la forza di volonta' che i suoi genitori gli avevano insegnato sin dalla nascita. Arrivato in Argentina, Lazzaro si impegno' nel lavoro della terra e divenne un agricoltore di eccellenza. Lavoro' nelle campagne sulla riva del fiume e continuo' a ingrandire la famiglia, con nove figli e tanti nipoti. Fra di essi Silvia, che adesso e' diventata, per noi giovani, un "archivio storico" sull'emigrazione Emiliano Romagnola a Viedma. Ma anche una "forza romagnola" che partecipa in ogni attivita' portata avanti dalla nostra Associazione. In poche parole... non c'e' nessuno migliore di Silvia per rappresentare, in questa prossima Conferenza, all'Associazione di Viedma e vogliamo approffitare dello spazio di ReportER per augurare a lei, e a tutti i Presidenti, buon viaggio, buon apettito, buona permanenza e soprattuto buon lavoro!! Non vi dimenticate di noi e ricordate che vi aspettiamo di ritorno per continuare con la vita Emiliano Romagnola in Patagonia, in Argentina, in Sudamerica, insomma...nel Mondo!

31.8.09

Goffredo Palmerini è nato all’Aquila il 10 gennaio 1948. Per quasi un trentennio è stato Consigliere comunale, Assessore e Vice Sindaco dell’Aquila, città capoluogo regionale. Impegnato nel settore culturale, è vice Presidente dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila, Consigliere d’Amministrazione di Abruzzo Film Commission e membro dell’Istituto abruzzese di Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea. Scrive su giornali e riviste abruzzesi e sulla stampa italiana all’estero (Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Indonesia, Messico, Perù, Repubblica Dominicana, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Sud Africa, Uruguay e Venezuela). Per tale attività è stato insignito del Premio L’Aquila “Zirè d’oro” 2007, quale Personaggio dell’Anno, e del Premio Internazionale “Guerriero di Capestrano” 2008 per l’opera di diffusione della cultura abruzzese nel mondo.  


Vincitore nel 2007 del XXXI Premio Internazionale Emigrazione, sezione Giornalismo, ha pubblicato il volume “Oltre confine” (Edizioni Libreria Colacchi - L’Aquila ). Collabora in via occasionale con alcune Radio all’estero - SBS in Australia, Radio Santiago in Cile, Radio Capital in Venezuela, Chin Radio e Radio Uno in Canada - che trasmettono programmi in lingua italiana. Da alcuni anni svolge un’intensa attività di relazione con le comunità italiane all’estero, particolarmente con quelle abruzzesi. Dal 2006, in rappresentanza dei Comuni, è componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM), l’organismo della Regione Abruzzo composto dai delegati delle comunità regionali nei cinque continenti.

 


17.7.09

di Mina Cappussi -

AL RIENTRO, IN ITALIA, IL PRESIDENTE DELLA REGIONE MOLISE, MICHELE IORIO, GIUNTO ALL'AEROPORTO DI CIAMPINO PER LA CERIMONIA ASSIEME ALLE PIU' ALTE CARICHE DELLO STATO ITALIANO E AI FAMILIARI

Arrivato in Italia il feretro di Alessandro Di Lisio, il parà molisano morto in Afghanistan. La salma del 25enne militare campobassano in serata nel capoluogo regionale dove è stata allestita la camera ardente nella sede del Comando militare regionale al centro della città.
Il Presidente della Regione Molise, Michele Iorio, ha presenziato, a Roma, all’aeroporto di Ciampino, alla cerimonia ufficiale di accoglienza della salma del giovane molisano vittima dell’attentato talebano in Aghanistan. L’arrivo del volo speciale, proveniente dall’Afghanistan, era previsto intorno alle ore 9.00. Oltre ai parenti più stretti del giovane paracadutista molisano, erano presenti anche le più alte cariche civili e militari italiane.
Intanto la città di Campobasso si prepara ai solenni funerali che si terranno oggi, venerdì 17 luglio nella Cattedrale, trasmessi in diretta Tv da Rai 1. Il sindaco di Campobasso, Gino Di Bartolomeo ha proclamato il lutto cittadino. Un uomo profondamente provato, Gino Di Bartolomeo, che qualche anno fa ha perso un figlio in giovane età in circostanze drammatiche, un uomo, un padre, che non ha avuto parole per questa tragedia che rinnova il dramma interiore di genitore privato del bene più grande. Gino si è recato nell'abitazione della famiglia Di Lisio a porgere le sue condoglianze e quelle dell'intera città, colto da profonda commozione. “Non ci sono parole. Il silenzio è d’obbligo: nessuna frase di circostanza - ha detto Di Bartolomeo - può attenuare il dolore immenso di questa famiglia”.
Il lutto cittadino è stato proclamato anche dai Comuni di Oratino, dove la famiglia Di Lisio si era trasferita quattro anni fa, e Castellino del Biferno, paese di origine dei Di Lisio.
Per tutta la giornata sono continuati ad arrivare messaggi di cordoglio da Comuni, soggetti istituzionali, semplici cittadini. Nella casa di contrada Peschiaturo di Campobasso, per tutta la giornata di ieri è continuato il via vai di persone: amici, rappresentanti istituzionali e militari, persone comuni che hanno voluto far sentire la loro vicinanza ai familiari del giovane paracadutista. Da Legnago è arrivata anche la giovanissima fidanzata, Mariangela Bellè. I due si erano lasciati dandosi una "pausa di riflessione" in attesa del rientro di Alessandro dall’Afghanistan, ma questo “rientro”, purtroppo, non potrà rimetterli assieme. Oggi arriverà anche una delegazione di Legnago, capeggiata dal sindaco, Andrea Roberto Rettondini, con la Polizia Municipale e il gonfalone, accompagnata dal parroco del Duomo di Legnago, monsignor Silvano Mantovani.
Sull'episodio che ha provocato la morte di Alessandro Di Lisio ha riferito in Parlamento il ministro della difesa, Ignazio La Russa
. Il ministro ha spiegato che l'ordigno che ha ucciso il militare italiano, seppure realizzato artigianalmente, aveva un potenziale elevatissimo essendo stato fabbricato con almeno "50-70 chili di esplosivo". La Russa ha parlato di un "elevato e inusuale quantitativo di carica" che ha reso "vulnerabile la protezione del Lince", un mezzo "che in passato ha sempre assicurato un elevato livello di sopravvivenza" degli uomini a bordo. Una vulnerabilità che ha riguardato, in particolare, il mitragliere in ralla, cioè il militare che sporge dalla torretta, "come era drammaticamente il militare che ha perso ieri la vita". E' quella, ha detto La Russa, "la posizione sempre più delicata" ed è per questo che la Difesa ha pensato di intervenire a cominciare proprio da lì, mettendo a punto un nuovo sistema di protezione balistica, in pratica una nuova torretta, i cui primi esemplari "saranno distribuiti a partire dai prossimi mesi". Il ministro ha anche spiegato che i mezzi italiani stavano operando in una zona da bonificare e che il blindato sul quale si trovava Di Lisio ha fatto una manovra per una verifica su un terreno che presentava alcune anomalie ai bordi della strada. Il mezzo ha fatto una retromarcia per avvicinarsi al punto da controllare. Proprio questa manovra sarebbe stata fatale al giovane molisano. Comunque il governo si è impegnato a dare maggiore protezione ai militari impegnati in Afghanistan grazie ad una nuova versione del blindato VTLM Lince "che offrirà una maggiore protezione al personale e maggiori prestazioni complessive", ed é "in corso di realizzazione" anche un veicolo di classe superiore, denominato VTMM, realizzato secondo le stesse concezioni del Lince ma più grande e pesante più del doppio (17mila chili contro 6.200) "che offre un livello di protezione ancora più elevato". Infine c'é il 'Freccia': "un veicolo 8X8 da 28mila chili, dotato di torretta servocomandata con cannone da 25 millimetri, capace di offrire una protezione balistica e anti-mina di livello molto elevato". La Russa ha spiegato che "i primi esemplari sono appena entrati in servizio e, a partire dai prossimi mesi, si procederà alla graduale acquisizione di altri veicoli per un primo lotto di 54". Necessario fare chiarezza, dunque, sulla morte di Alessandro, indispensabile predisporre azioni a tutela dei nostri ragazzi impegnati in missioni di pace in tutto il mondo.
Alessandro, che era andato a costruire la pace, la sua giovane vita è stata stroncata da una guerra lontana, e che pure ci riguarda, come cittadini della terra.






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14.7.09

LIMOGES (Francia), 14 luglio 2009 - Alla vigilia della 10ª tappa del Tour de France ecco le pagelle della prima parte della Grande Boucle.


Rinaldo Nocentini è nato il 25 settembre 1977. Ansa
Rinaldo Nocentini è nato il 25 settembre 1977. Ansa

nocentini 10 — Tre giorni in giallo. E la possibilità di raddoppiare. Partito con l’obiettivo ragionevole e ottimistico di una tappa, "Rinaldinho" si è ritrovato in cima al Tour de France. Poi ha saputo difendersi con onore, senza precipitare mai nel panico, favorito anche dalla strategica complicità dell’Astana. Semplice, spontaneo, allegro: peccato averlo scoperto - noi colpevoli - solo adesso, che ha quasi 32 anni.

contador 8 — Lui e Armstrong stanno correndo due Tour contemporaneamente. Il primo con le gambe e il cuore, il secondo con la testa e i nervi. Il primo uno dei due lo vincerà, ma solo a patto che prima vinca anche il secondo. Perché i due convivono, coabitano e concorrono. Perdipiù nella stessa squadra. Contador sembra più forte. Nella tappa di Andorra è scattato in faccia ad Armstrong, trasgredendo gli ordini di scuderia.

armstrong 8 — Il vecchio Lance non è più come quello di quattro anni fa, ma personalità, carisma e autorità sembrano addirittura superiori. Ha spiegato che ci sono due tipi di leader: il più forte, e il più esperto, vecchio e autorevole, cioè quello in cui i compagni credono di più. E questo secondo tipo di capitano è lui. E continuerà a combattere la guerra psicologica, neanche tanto sottile, contro Contador.

cancellara 8 — Fabian è un turbo. Ha vinto la crono individuale, ha rischiato di vincere - da solo - la crono a squadre. Ha conquistato e mantenuto la maglia fino a diventare il corridore svizzero più in giallo, davanti a Kubler e a Koblet. Adesso si è messo a disposizione degli Schleck. Ma fra un paio d’anni, minaccia, potrebbe anche cercare di fare la classifica. A noi sembra difficile: troppo pesante per trasformarsi in aquila o airone.

i francesi 7,5 — Anni bui e anonimi, stavolta invece già tre vittorie di tappa (Voeckler, Brice Feillu, Fedrigo) e varie maglie (adesso c’è Kern a pois). Il ciclismo transalpino sta ritrovando una sua dimensione. Brad Wiggins sostiene che i francesi mangino pane e brioche, e poi si lamentino che gli altri corridori si dopano. Ma si vede finalmente, sulla strada, qualcuno in gamba. E il Tour cerca di valorizzarli.

Vincenzo Nibali è nato il 14 novembre 1984. Ap
Vincenzo Nibali è nato il 14 novembre 1984. Ap

nibali 7 — Perde poco nella crono individuale, poco nella crono a squadre, pochissimo (10") nella tappa di Andorra. Poi gestisce bene le posizioni e le emozioni. Vincenzo è la dimostrazione che, con un po’ di talento, ma anche con molta serietà e applicazione, ce la si può fare. Lotta per arrivare fra i primi 10, guarda anche la maglia bianca di leader fra i giovani, confida in una tappa. E sta bene.

pellizotti 7 — A ripensarci, ci si gonfia di amarezza e rimpianto. Primo in cima e secondo all’arrivo nella tappa del Tourmalet: Fedrigo, il francese ammazzaitaliani (tre anni fa assassinò Commesso, stavolta "Pelli"), aveva più gambe. Adesso Franco si pone due obiettivi contrastanti fra di loro: aggiudicarsi la maglia a pois di leader nella classifica per la montagna, e conquistare una tappa. Maturo, sereno, convinto, ma anche realista.

sastre 6 — Finora il vincitore del Tour 2008 si è difeso. Perdendo qua e là: nella crono individuale e in quella a squadre. E nell’unico arrivo in salita, quello di Andorra, non è riuscito a guadagnare nulla. Non è un attaccante, non dà spettacolo. Lo si vedrà nella terza settimana. Si dichiara sereno, tranquillo, convinto. Ed è pulito. Non si è mai saputo da che medico andasse. E sapete perché? Perché non ha un medico.

andy schleck 6 — Ha fatto poco, si è visto poco, ha concluso poco. Però è ancora lì, a un minuto e mezzo. Non sembra travolgente, né ispiratissimo. Ma può ssere solo una sensazione. La prima settimana non lo ha aiutato: ha provato un’accelerazione pirenaica, senza risultati. Attaccherà sulle Alpi. Sperando che Contador incappi in una di quelle sue rare giornatacce. Nonostante i proclami, il fratello Frank gli fa da gregario.

evans 5 — Invece Cadel è un attaccante, e dà spettacolo. Ma i suoi attacchi sono telefonati e, come è successo sul Col d’Aspin, folli. La prima parte del Tour lo ha zavorrato di minuti: imperfetto nella crono individuale, sfortunato e poco aiutato in quella a squadre. Difficile sperare che possa recuperare sulle Alpi, anche perché la corsa è bloccata dalla ragnatela degli Astana. Ma ha gambe e coraggio: forse da podio.

ballan e pozzato 5 — Hanno provato a inventarsi qualcosa. A Barcellona, anche a Tarbes. Ma il campione del mondo e il campione d’Italia hanno nuove possibilità, in particolare questa settimana. Proveranno a inventarsi qualcos’altro. Sanno che questo è il loro palcoscenico, sanno anche che non possono fallire se vogliono considerarsi corridori di classe e classiche.

Denis Menchov è nato il 25 gennaio 1978. Ap
Denis Menchov è nato il 25 gennaio 1978. Ap

menchov 3 — In un mese è passato da protagonista e vincitore al Giro d’Italia a comparsa e sconfitto al Tour de France. Esemplare la sua scivolata nella cronosquadre. Magari si riprenderà, ma il suo Tour sembra già compromesso. Dalla sua squadra, notizie così così: Gesink si è fratturato e ritirato, e Freire ha collezionato un secondo e un terzo posto.

la conferma: cavendish — Mark ha vinto due tappe e punta alla maglia verde di leader nella classifica a punti. Ce la può fare.

la sorpresa: wiggins — E pensare che la sua specialità era l’inseguimento su pista. Adesso l’inglese insegue Contador a 40".

la novita': furlan — Il velocista veneto, caduto e ferito, bendato e incerottato, lotta contro la febbre e il tempo massimo, ma resiste.

dalla Gazzetta dello sport

23.6.09

La traversata a nuoto Capri-Napoli è una tappa di Coppa del mondo su una distanza di 36 Km in linea d’aria. Il Golfo di Napoli ne è l’affascinante campo gara, con partenza da Marina Grande a Capri ( Lido Le Ondine ) ed arrivo presso il lungomare partenopeo di Via F. Caracciolo.
Quest'anno il percorso degli atleti è stato suddiviso in due parti: la prima libera, tale parte giungendo all’altezza Castel dell’Ovo; e in una seconda parte, con percorso obbligato, delimitato da apposite boe, per poi ritrovarsi innanzi un rettilineo finale di circa un chilometro fino all’arrivo subito prima della piccola spiaggia di Rotonda Diaz.



I risultati finali della gara ci hanno dato quest'anno un'allegria con due Argentine sul podio: Marianela Mendoza e Pilar Geijo. Complienti a entrambe e agli azzurri che visitano le nostre città tutti gli anni accompagnandoci nelle diverse gare in acque libere.


RISULTATI FINALI 2009

UOMINI

1) ROTISLAV VITEK (CZE)

2) ANDREA VOLPINI (ITA)

3) EDOARDO STOCHINO (ITA)

DONNE

1) CAMILLA FREDIANI (ITA)

2) PILAR GEIJO (ARG)

3) MARIANELA MENDOZA (ARG)