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4.7.12

Eccoci, dall'altra parte del mondo c'é chi si trova in canottiera e infradito. 
Noi qui, facciamo fatica a scrivere con le dita congelate! 
Eh sí perché oggi scriviamo dal freddo, quello vero e patagonico che arriva fino alle ossa. 
Lasciata Viedma, il capoluogo della nostra provincia, ci addentriamo nel sentiero verso la Cordillera de los Andes. E dopo aver fatto 1.000km, senza mai aver abbandonato la nostra provincia, ci troviamo a Bariloche. 

Qui e' da due giorni che non smette di nevicare! dalla mattina alla sera, nevica!... ci si veste bene, guanti e a giocare fuori tutti. Perché anche se fa freddo, a noi piace andare in giro per monti. 
El Cerro Catedral, en blanco. Foto de Julián Donatelli.

San Carlos de Bariloche, o semplicemente Bariloche, fa parte della prov. argentina di Río Negro. Questa e' la citta' dove risiedono piu' persone nelle Ande Patagonici ed e' il destino turistico piu' importante di tutta la Patagonia, terzo a livello nazionale. 

Bariloche si trova in uno dei tanti piccoli oasi che questa terra ribella, dentro al Parco Nazionale Nahuel Huapi, al sudovest della provincia e con lo scenario della Cordillera de los Andes, a soli (e non scherziamo) 832 km da Viedma, città capoluogo della provincia. 

La natura, laghi, boschi, e montagne, lo stile architettonico europeo e i rinomati centri di sci sono il principale attrativo e attività economica del luogo. Essendo questo il secondo destino di sci a livello mondiale. 


Tramonto nel Lago. Foto di Bariloche quiero estar ahí!
Ma Bariloche non e' solo natura. E' anche uno dei centri scentifici e tecnologici piu' importanti di America dove si trovano il Centro Atomico di ricerca che fa parte della Comisión Nacional de Energia Atomica, l'Istituto Balseiro, e l'INVAP, ditta argentina di alta tecnologia che disegna e costruisce reattori nucleari, radar e satellite. 
Ed e' qui, a Bariloche, che risiede una grande comunita' di emigrati italiani e discendenti. Arrivati nella zona durante le ondate migratorie del dopo guerra, trovarono una terra pronta ad accoglierli e si oraganizzarono subito in quella che e' oggi l'Associazione Italiana di Mutuo Soccorso "Nuova Italia", nata il 3 luglio 1921 e attiva ancora oggi, grazie alle nuove generazioni. 


Per essere aggiornati "minuto a minuto" di cosa accade a Bariloche, ed info utili per turisti vi invitiamo a seguire la fanspage: www.facebook.com/barilochequieroestarahi

25.6.12

Con Ora Italia ci piace andare in giro. Anche nelle fredde giornate d'autunno prendiamo lo zaino e partiamo con destino incerto. 

L'ultimo viaggio e' stato a San Martin de los Andes, in provincia di Neuquen. 

Un viaggio attraverso i racconti di chi c'era dall'altra parte del telefono: Marta Zuccheri, di origine emiliano romagnola e Presidente dell' Associazione regionale, che forma parte della comunita' italiana a San Martin de los Andes. 

Immaginate di essere in montagna, in un posto lontano da tutto... e cosa trovate? oltre agli alberi immensi e a alla natura? certo! un italiano... emigrato, discendente o solo "tano" di cuore. 

E come in ogni posto dove c'e' un italiano nel mondo, anche qui e' nata l'Associazione Italiana di San Martin de los Andes che accomuna tutti gli italiani e loro discendenti dal 28 agosto del 1993.

"L'istituzione - ci racconta Marta - e' nata con una ricerca sulla rubrica telefonica del paese. Da li' si e' scoperta la grande presenza italiana nella nostra zona". 

L'Associazione e' il luogo dove ogni regione, ogni discendente, si ritrova a parlare delle radici, a progettare, a stimolare le nuove generazione alla partecipazione attiva. 


21.6.12

 
di Magalí Pizarro.

Si, la rete sorprende... 
una pubblicazione su facebook puo' essere molto di piu' di un semplice messaggio perso... 

Con Ora Italia ho il piacere di condividere ogni giorno pensieri e sentimenti con ognuno dei fans che partecipano, suggeriscono, domandano e criticano dando il loro contributo alla crescita del programma. 

Ora Italia ha una durata in onda di un'ora settimanale. Un'ora che si moltiplica durante tutta la settimana, dando spazio all'interscambio di idee, collaborazioni.
Ed e' anche la via di comunicazione fra discendenti ed il mondo che l'Italia riserva per loro. 

E' stato proprio un messaggio su facebook quello che ha portato me, conduttrice di Ora Italia, e Luciano Cutrera, fotografo di "Surea, magazzino di video regionali" a conoscere il Blog Diario Latino di Alessandro Giacopetti. 

Noi due eravamo alla ricerca di immagini per un cortometraggio che Luciano sta realizzando sulla storia del nonno, Franco Bela, di mestiere calzolaio, ed emigrato da Fermo nel dopoguerra. 
Ora, Franco si trova in Patagonia dove con i suoi 78 anni, continua ad essere il "cazolá" piu' apprezzato della citta'. 

Alessandro, cura con passione il blog che, con grande attenzione, segue i fatti, gli eventi e tutto quanto accade fra l'Italia e l'America Latina. 
Cosí, leggendo il nostro messaggio, Alessandro prese la videocamera ed e' andato in giro nella sua Fermo alla ripresa di immagini. 

Un contributo prezioso, nato dall'espontaneita', fra sconosciuti che pero' hanno a cuore la cultura e sono orgogliosi di essere italiani, ovunque si trovino. 

Vi invitiamo a sentire l'intervista realizzata ad Alessandro dove potete entrare in conoscenza delle sue attivita'. E certo... vi invitiamo anche a dare un'occhiata al blog: Diario Latino  

n.d.r: foto di Rodrigo Oñate A. - opera plastica del collettivo culturale La Mano. 

31.5.12



di @magapizarro - Ora Italia 

Che l'Argentina è lunga e piena di storie, lo sappiamo tutti.
Ma quante storie ci stanno dentro?
 Sicuramente tante.
Le conosciamo tutte?
 No, sicuramente no.

Ogni km che facciamo, ogni città che andiamo a scoprire, con fotocamera e mappa in mano, è un altro mondo.

E quel altro mondo ci stupisce.
Ci lascia senza parole, davanti a creazioni monumentali che non avremmo mai creduto di trovare in mezzo alla pianura pampeana.

Mi è successo a Saldungaray, piccolo paese che per conoscerlo e scoprire che non è un nome di brano musicale brasiliano devi - per forza - cercarlo su Google.

Con una semplice ricerca si arriva a scoprire che Saldungaray è nato come paese grazie alla costruzione di una piccola fortezza quando in questa terra rimaneva ancora una piccola quantità di indios. Il forte era il punto d'incontro delle forze armate guidate da Juan Manuel de Rosas nella "campagna al desserto", e rimase attivo fra il 1863 e il 1877.


Ma fu dopo, nel 1879, che Saldungaray cominció a crescere come popolazione anche se rimaneva sempre un piccolo paese di campagna.
In quello stesso anno, Pedro Saldungaray, di origine vasco-francese divenne proprietario di 2670 ettari, da lui deriverebbe poi il nome dato al comune.

La prima casa ed il primo albergo della zona nacquero nel 1901. Incredibile trovare in mezzo a quel paessaggio due costruzioni, le prime di un posto che ancora oggi fa fatica ad inserirsi nei percorsi turistici "tradizionali".

Il treno arriva a Saldungaray nel 1903 collegandola così alle città di Olavarría - Pringles e Bahia Blanca. Un anno dopo il paese arriva al punto massimo di organizzazione; si progetta la costruzione della Chiesa che si avvierà dopo nel 1905. E dal 1906 apre le porte la prima scuola del paese.

È curioso però sapere che la fondazione del comune avenne ancora dieci anni dopo. Quando l'erede di Pedro Saldungaray suggerì donare una frazione di terra e fondare il "grande paese", come venne denominato dai discendenti europei che li vi risiedevano.

Immersa nel verde dei colli di Villa Ventana, Sandungaray ebbe da sempre una grande produzione di prodotti agricoli di grande qualità e da qualche anno si caratterizza per essere una delle regioni vitivinicole più riconosciute della provincia di Bs.As. Rimane sempre da dire che anche se il paese è cresciuto in servizi, il numero di abitanti si è sempre mantenuto ed è il piccolo paese di entroterra, ricco di storie "paisane".

Ma... torniamo ancora alla storia. Saltiamo indietro fino al 1938.
L'anno delle grandi costruzioni, della nascita del Municipio, dei ponti sul ruscello Rivera, di quello sul fiume Sauce Grande, del Mercato Municipale, del macello e del grande monumento alle porte del cimitero. Tutti edifici nati grazie al lavoro del Deputato Santiago P. Saldungaray, nipote del fondatore.


E arrivati a questo punto devo esservi sincera: non avrei mai immaginato di trovare in un paese così minuscolo come Saldungaray un'opera architettonica dalle dimensioni gigantesche. 

Andando verso la strada che porta di ritorno a Villa Ventana, piccolo comune fra i colli, mi son trovata davanti ad un immensa porta, vestita da una costruzione circolare e, in mezzo, una croce a mio avviso "pazzesca" dove Gesù era rappresentato solo e unicamente dalla testa. 
Son rimasta a guardare il posto in silenzio, almeno durante 5  minuti. Guardare la vecchia costruzione, un po' scolorita, guardarsi intorno e non trovare nessuno... era senz'altro un po' tetro. 
Però è stato comunque il primo momento in cui mi sono fermata con piacere a guardare ciò che Salamone fece tanti anni fa: il cimitero. 

Fino a quel momento non sapevo esattamente chi fosse l'architetto. 
Arrivata a casa, sono andata di corsa a cercare qui, su Internet. E, indovinate! l'architetto era di origine italiana e si chiamava Francisco Salamone. 

Figlio d'italiani provenienti da Catania, Sicilia, Francisco, uno dei 4 figli Salamone, nacque a Bs.As il 5 giugno del 1897.

Finita la scuola, Francisco Salamone decise di dedicarsi all'architettura come suo babbo. Così inizio i suoi studi nell'Università Nacional de La Plata e li concluse a Cordoba. Nel 1917 ricevete la Laurea di architetto e ingenero.

Ma le sue opere arrivarono alcuni anni dopo, più precisamente a partire dal 1930, momento in cui Salamone lavorò, in provincia di Cordoba, nella pavimentazione di gran parte della provincia, però, con la difficoltà di lavorare per un governo corrotto e non poter portare a termine i suoi progetti, dovendo tornare in provincia di Buenos Aires.

In quegli anni il governatore della Provincia di Bs.As era Manuel A. Fresco, amico di Francisco che l'incaricò la costruzione di tutti gli edifici pubblici della Pampa humeda.

Cimiteri, edifici comunali, monumenti e macelli sono state le opere significative che Salamone portò a termine in tutta la provincia in 4 anni di lavoro! si, dal 1936 al 1940. Tracciando un percorso di patrimonio architettonico e artistico unico e di grande rillievo per la comunità italiana nel mondo. 

Gli affezzionati di Salamone vengono in queste terre per scoprire (e documentare in fotografie) le sue opere e addentrarsi nel mondo argentino della pampa, la campagna, i sapori e i colori unici che questa terra regala.

Ma oltre ad essere un grandissimo (scusateci se non siamo obiettivi a volte) architetto, si dedicò anche a far politica, arrivando a presentarsi come candidato a Senatore provinciale dell'Unión Civica Radical senza maggior successo. 
La sua famiglia? ... Francisco sposò una ragazza inglese con cui ebbe quattro figli. Proprio come suoi genitori italiani. 




13.4.12

Immensità, bellezza, caldo, vita e colori. Queste sono le cartoline dell'estate che fu in quel di Viedma (Río Negro), Patagonia Argentina. 
Vi invitiamo a passeggiare insieme a noi e a gustare le foto di Mariángeles Millaman inviate alla nostra redazione. Buona visione! e buon viaggio! 

Un raggio di sole sulla città.


Mulino in solitudine.


I prati del Valle Inferiore del Río Negro.


Innamorarsi d'estate.


La luna custodisce.


Bs.As e Río Negro separati dal ponte.


Tramonto sul fiume Nero, a Viedma.


Emerge dall'Atlantico.


Riflesso sull'Atlantico.


Tramonto rosso d'emozione.


10.4.12



Più volte ci siamo detti "perché non parlare ai nostri amici nel mondo della Patagonia?". 
Oggi è arrivato il momento di dare luce a questa nuova rubrica intitolata "PatagoniAre". Eh si, per iniziare una nuova rubrica bisognava che ci inventassimo anche un nuovo termine, ed è nato così PatagoniAre, dove Are sta per viaggiare. Ma speriamo siate stati più intelligenti di noi e l'abbiate decifrato prima e senza spiegazioni! :-)
A novembre del 2011 abbiamo provato, con un primo post [http://bit.ly/Ij5YBh], a dare forma a questi racconti patagonici. Ci è piaciuta l'idea di parlare non solo degli italiani, della comunità, e delle loro storie ma anche del posto in cui viviamo, visto da vicino, da dentro.
In questa occasione vogliamo darci una ventata d'aria calda e ritornare all'estate che fu. L'estate che se n'è andata pochi giorni fa in cerca di altri orizzonti. 
Forse fa strano e non si riesce a capire come mai in Patagonia faccia caldo. Bene, la lunghezza di questa terra ci permette di viverla in maniere diverse da nord a sud.
Noi, nati a Viedma, nella città capoluogo storica di questa terra siamo i più fortunati avendo temperature mite (a volte altissime e soffocanti) fiume e mare a pochissimi passi. Tutto in meno di 30km di distanza.

Gli emigrati italiani chiamavano il nostro mare la Rimini argentina. E si vantavano di essere stati i primi italiani a fondare una città balneare. Orgoglio italiano che fa parte della nostra storia e del nostro presente. 

Ma. Stop. Facciamo un  piccolo riepilogo di quello che è la città. 


Viedma si trova nella provincia argentina di Río Negro. A 1000 km da Bs.As. 
Il fiume Nero divide la provincia del Río Negro dal piccolo paese di Carmen de Patagones, in provincia di Buenos Aires. 


Viedma e Carmen de Patagones sono nati come paesi patagonici il 22 aprile del 1779, fondati insieme da Francisco de Biedma y Narvaez a 30km dal mare argentino. 
Il porto che comunicava in quell'epoca Viedma - Patagones e la "grande" città di Buenos Aires era uno dei più importanti della Patagonia. Da qui partiva la merce che poi sarebbe distribuita da Bs.As al mondo. 
  Nel 1875 sono arrivati i missionari salesiani che, sotto la guida del Card. Giovanni Cagliero, costruirono le più importanti opere edilizie della zona; chiese,  ospedale, vescovato e il primo istituto di educazione in cui i ragazzi imparavano filosofia come una materia nuova e rivoluzionaria, oltre ai tanti mestieri. 
  Gli italiani emigrati in questa zona erano (e sono) tanti. C'è chi era venuto per lavorare la terra, chi per lavorare nel porto, chi con i salesiani. Dalla Liguria, dalla Calabria, dall'Emilia Romagna, dal Piemonte e da tanti altri posti.
  Nel 1913, uno - fra tutti- ebbe l'idea folle di farsi padrone, o meglio, di ricuperare il mare. Un mare che era di tutti ma a cui potevano entrare solo i proprietari delle terre disposte sul lungofiume. 
Contro vento e marea, Giacinto Massini e tanti altri romagnoli presero il sentiero verso il mare, aprirono i lucchetti che vietavano l'ingresso, e iniziarono a costruire le prime case in legno. 
Massini era farmacista (l'unico della città) e vedeva il mare come "fonte di salute e benessere". Infatti, ancora oggi se si parla con le vecchie generazioni italiane, ognuno parlerà di come il mare sia stato per loro l'unica e più importante medicina contro ogni malessere. 


Grazie a la loro forza italiana oggi è possibile godere della spiaggia in tranquillità. Passeggiare ore e ore camminando sulla sabbia, pescare, sdraiarsi al sole, e portare la macchina fino al bagnasciuga. 

Oggi chiudiamo il nostro racconto qui. 
Con fotografie dell'estate che fu. Dell'estate che non vorremmo dimenticare. Di una terra unica e piena di storia, fatta di persone uniche. 
Questa rubrica continuerà, con più storie e più vita patagonica. 


Un ringraziamento specialissimo va alla nostra amica Mariángeles Millaman, fotografa di Huergo (sempre in provincia di Río Negro) e da poco più di 4 anni residente a Viedma, dove ha scattato le bellissime foto della gallery flickr. 
n.d.r: le foto del post sono di @oraitaliaradio

17.12.11

Andiamo su facebook e cosa troviamo? Una bella sorpresa! Il nostro post sulla Patagonia [vedi: Se diciamo Patagonia, cosa vi viene in mente?] è andato a finire su RadioEmiliaRomagna che ha dedicato il Podcast Paesaggio dell'anima a la nostra bella e vasta terra. 


Avete mai pensato di visitare la Patagonia, quella terra così vasta? Noi lo abbiamo fatto, con la guida di Magalí Pizarro, in cerca di impronte e tracce di un passato che è anche nostro: nella FanPage di Radio Emilia-Romagna potete leggerne il resoconto. 





La seconda parte di Patagonia Blues è stata pubblicata lo scorso sabato 17 dicembre, ed è possibile ascoltarla a questo link:                                        
RadioEmiliaRomagna | Paesaggio dell'anima | Patagonia Blues. Seconda parte

23.11.11

Magalí Pizarro, di Ora Italia, è andata in viaggio alla scoperta della Patagonia perduta. Ecco un post che vuol essere il primo di una lunga serie per raccontare la terra che ci a visto nascere come persone e come programma radio. Andiamo alla scoperta di Valcheta e Nahuel Niyeu, in provincia di Río Negro. 

Se diciamo Patagonia, cosa vi viene in mente?

camino a Valcheta...
Sicuramente vi verranno in mente - come ai nostri amici su facebook -  i 'paesaggi bellissimi e sterminati', 'spazi aperti immensi senza anima viva', 'laghi e montagne', 'balene', 'allegria','un sogno', 'avventura' e 'natura'... in sintesi: 'altro mondo'. 
In effetti, la Patagonia è tutto quello e di più.
 amarillo silvestre
<<Non c'è niente da fare, i luoghi mitici hanno sempre un bel nome>> Scrisse Jovanotti a proposito della Patagonia nel suo libro "Il grande boh!". 

transitando a pie la Ex-ruta 23

Patagonia. Il nome di questa terra sembra parlasse da solo. E invece c'è tutta una spiegazione dietro a questo nome così strano e invitante. 

Bisogna tornare indietro nel tempo. Andiamo al 1520. Immaginiamo di essere Ferdinando Magellano in spedizione e di trovare i nativi tehuelches che abitavano tutta la Patagonia e la regione pampeana. Approdato sul Atlantico nel porto di San Julián, Magellano decise di soffermarsi durante tutto l'inverno austral. Camminando sulla spiaggia trovò delle grandi impronte sulla sabbia. Erano le impronte dei tehuelches, uomini di grande ossatura e altezza, gli unici padroni di questa terra senza fine. Il primo incontro fra gli europei e i tehuelches fu documentato dal cronista italiano della spedizione, Antonio Pigafetta. 
Nella Relazione del primo viaggio intorno al mondo,  Pigafetta racconta come gli europei siano riusciti a comunicarsi con la tribu imitando i sui gesti, riuscendo a scambiare conoscenze e a coesistere durante cinque mesi. Secondo il resoconto del cronista italiano, Magellano avrebbe osservato i grandi piedi degli indigeni e avrebbe chiamato loro, in portoghese, pata gau, cioè: piede grande. Da lì deriverebbe poi in spagnolo il nome patagones, per chiamare i tehuelches, e la loro terra: la Patagonia. 
el árbol más grande encontrado. Un Araucaria de 30mtsGrandi non erano solo i piedi dei patagones. C'erano anche gli alberi. Anche tanto tempo prima, 150 milioni di anni fa quando la Patagonia era terra di giganti, di Dinosauri. Oggi, i giganti non ci sono più. O meglio... ci sono, ma sotto metri e metri di terra. 

A Valcheta, in provincia di Río Negro, trovare questi giganti di legno è possibile. Nella riserva naturale del Bosco Impietrito   si possono trovare esemplari di 20 e 30 metri, tutti impietriti dopo una pioggia intensa di ceneri vulcaniche  che sostituì le cellule vegetali, trasformandoli in pietre. 
Sembra impossibile immaginare che questi alberi siano esistiti. Ora, in quello che una volta era un bosco verde, pieno di vita, la siccità ha vinto.  

cuidar lo nuestro. Sea poco o sea mucho.un nene valchetaneaense juega en el arroyo
Perché la Patagonia non è solo verde e natura. È anche deserto. E a  volte trovare un piccolo ruscello in mezzo al nulla, può essere l'allegria più bella al mondo di un bambino che non conosce l'acqua pulita e la forza del fiume. Noi, abituati a vivere in una città dove fiume e mare ci circondano, ci siamo stupiti guardando come un bimbo giocava in un ruscello a cui nessuno pare interessare la sua protezione naturale, nonostante ci siano diversi messaggi rivolti ai cittadini. 

La Patagonia è anche quello. È le persone. Quelle persone che ormai abituate a vivere in un posto magnifico, non sono consci di quanto siano fortunati e, a volte, non capiscono quanto sia importante tutelare il nostro territorio. 


las vías, un vecino y su caballo

Non tutelare ciò che è nostro, è non pensare in quel bimbo che faceva il bagno nel ruscello. Ed è non pensare nei tanti bambini che abitano queste zone. 

Io i bambini ce li ho a casa. E al lavoro. Sono più di 300 i ragazzini a cui insegno (e da cui imparo) ogni giorno una cosa diversa. 

Noi ci troviamo in Patagonia. Si. Ma a Viedma, nel capoluogo, dove questa terra inizia e non ha fine. 
A Viedma sembra tutto semplice, e lo è! L'acqua per fare la doccia non è una necessità che non possiamo coprire. La luce ce l'abbiamo. C'è anche un telefono in ogni casa e tutto quanto necessario per sopravvivere. 
Molto diverso è in altre zone. Non troppo lontane, ma distanti 300km dal capoluogo storico della Patagonia. 
Per arrivare non ci vogliono più di 3 ore. Semplice. Sulla nuova via asfaltata (a metà costruzione) che connetterà prossimamente tutta la Linea Sud del Río Negro, dall'Atlantico alla Montagna in un percorso di 1.000 km. 

Camino al Arroyo (seco en esta época).

Dopo percorrere 300km da Viedma si arriva a Nahuel Niyeu, così chiamato per essere considerato la "tana delle tigri". Nahuel Niyeu è un paese di poco più di 40 abitanti, nato intorno al 1911, periodo in cui il governo argentino iniziò la costruzione delle ferrovie del sud. Un'opera in cui fu essenziale il lavoro del Ingegnere modenese Guido Jacobacci, di cui un altro paesino patagonico porta il suo nome.

las vías y la nada

Arrivare a Nahuel Niyeu è entrare  in un altro mondo che niente ha a che fare con il nostro.  
Un unico telefono pubblico aspetta da solo in una casa, e ogni tanto squilla in cerca di qualcuno. All'inizio ci può dar fastidio non avere rete sui nostri telefonini, oggi pieni di 'app' e con il mondo dentro. Ma che mondo? 

A Nahuel Niyeu prima ci si scorda di tutto e meglio è. 


el caballo y su casa

Il telefono pubblico non smettete di suonare durante il nostro soggiorno. Le persone del posto ci chiamavano per il cognome a scquarciagola "Pizarrooo, La chiamano al telefono"... 

Fuori, in mezzo al nulla, c'è il monumento all'innovazione (fra virgolette). Un'antenna Internet. Si, anche nel deserto Patagonico è possibile collegarsi a 512kb. Niente male. Soprattutto se teniamo conto che lì, a Nahuel Niyeu, la doccia si può fare tre volte alla settimana per mancanza di un buon servizio d'acqua pottabile. 

Quando uno arriva porta la frenesia. Ma ci si rende subito conto che il ritmo di questo paese è diverso. Noi parliamo a 300km all'ora. Loro hanno bisogno di tempo, del suo tempo. 
futbol, lenguaje universal.
Dopo qualche ora ci si trova tutti in armonia. Tutti abituati alla velocità del paese. 
I bambini giocano a calcio e si capisce tutto facilmente. Un ragazzino porta la maglietta della Nazionale Italiana e fa uno strano effetto... 
Il calcio è lingua universale. Come la musica. 

Sul posto c'è un'unica scuola. E non è una scuola come tutte. Oltre ad essere lo spazio di istruzione è la loro casa. 15 bambini abitano lì, insieme alle maestre e ai professori. È come una grande famiglia. La famiglia che tanti di quei bambini non hanno. 
bien alta la bandera argentina. 08.00 amI genitori  lavorano in campagna e, a marzo, lasciano i figli a scuola fino a dicembre, quando finisce l'anno scolastico.
Se riescono,  vengono a prendere i suoi figli ogni quindici giorni per passare insieme a loro il weekend. A volte però non viene a prenderli nessuno. Ed è subito tristezza e solitudine. Quella solitudine che molti di noi, in viaggio di avventura nella profondità della Patagonia, cerchiamo e, quando la troviamo, ci piace tanto. 
escuela a la vista...