ROMA\ aise\ - I dati personali contenuti nelle documentazioni d’archivio custodite presso la rete diplomatico-consolare italiana in Argentina sulle vittime della dittatura militare (1976-1983) saranno trasferiti all’Archivio Nazionale della Memoria argentino.
Ciò, al fine di ricostruire il periodo storico fra il 1976 ed il 1983, in conformità all’Autorizzazione del Garante per la protezione dei dati personali del 9 giugno 2005 al trasferimento dei dati personali verso l'Argentina.
A renderlo noto è il Ministero degli Esteri, nell’annunciare che, nella sua visita in Argentina, il 2 e 3 ottobre prossimi, il sottosegretario Marta Dassù provvederà a consegnare simbolicamente agli archivi argentini alcuni fascicoli relativi a cittadini italiani, doppi cittadini o cittadini di origine italiana che finirono vittime del regime militare argentino.
La consegna dei documenti pone delle questioni meramente tecniche circa il trasferimento dei dati personali, sui cui la Farnesina informa e rassicura i connazionali.
L’Archivio Nazionale della Memoria, titolare del trattamento di tali dati personali trasferiti, - si legge nella nota del Ministero – utilizzerà la documentazione esclusivamente per i propri fini istituzionali nel rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali argentina, riconosciuta adeguata dal Garante con la predetta Autorizzazione.
Il Ministero, inoltre, che i connazionali che volessero ottenere informazioni e richiedere i documenti in particolare, cita l’articolo 7 del decreto legislativo 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) spiegando che i diritti garantiti dall’articolo (Diritto di accesso ai dati personali ed altri diritti) potranno essere esercitati nei confronti del Ministero degli esteri utilizzando il modulo web-mail di richiesta informazioni che si trova alla pagina:
Oggi la nostra bandiera festeggia i suoi 200 anni di vita...
con i colori bianco celeste del nostro cielo, con la purezza
dell'essere argentini, nati in una terra giovane, terra di nativi,
indios e europei.
Condividiamo con voi un brano, del cantautore romano Luca Podran, emigrato in Argentina negli anni '80.
La sua band "Sumo" è entrata subito nel cuore di tutti gli argentini che ancora oggi, a distanza di tanti anni dalla scomparsa di Luca, continuano a canticchiare canzoni come "Que me pisen", dedicato alla bandiera argentina...
Oggi, 3 giugno, festeggiamo insieme il Giorno
dell'Immigrante Italiano.
Giorno scelto dal governo in omaggio alla
nascita di Manuel Belgrano, creatore della nostra bandiera e grande
patriota, figlio di un genovese ed una "criolla".
Le storie d'italiani in Patagonia e in Argentina raccolte da Ora Italia sono tantissime e le potete trovare qui, qui, e qui.
In questi giorni daremmo vita anche ad un nuovo progetto intitolato "historias inmigrantes" attraverso il cui poter raccogliere tutte le storie fin'ora non illustrate della nostra bella e forte comunità italiana. Restate in onda! ;-)
Gli italiani arrivati in Argentina lavorarono per fare di questo un paese migliore...
vi lasciamo due video, il primo arriva da Salta, dove la famiglia Nanni continua al lavorare nella produzione del vino come tradizione famigliare portata da suo bisnonno, approddato nel paese a fine 800.
Il secondo arriva da Río Negro, in Patagonia, dove Franco Bela, di origine fermano (Le Marche) mantiene ancora l'antico mestiere di calzolaio, essendo il più riconosciuto calzolaio di tutta la città di Viedma e di tante generazioni.
Che l'Argentina è lunga e piena di storie, lo sappiamo tutti.
Ma quante storie ci stanno dentro?
Sicuramente tante.
Le conosciamo tutte?
No, sicuramente no.
Ogni km che facciamo, ogni città che andiamo a scoprire, con fotocamera e mappa in mano, è un altro mondo.
E quel altro mondo ci stupisce.
Ci lascia senza parole, davanti a creazioni monumentali che non avremmo mai creduto di trovare in mezzo alla pianura pampeana.
Mi è successo a Saldungaray, piccolo paese che per conoscerlo e scoprire che non è un nome di brano musicale brasiliano devi - per forza - cercarlo su Google.
Con una semplice ricerca si arriva a scoprire che Saldungaray è nato come paese grazie alla costruzione di una piccola fortezza quando in questa terra rimaneva ancora una piccola quantità di indios. Il forte era il punto d'incontro delle forze armate guidate da Juan Manuel de Rosas nella "campagna al desserto", e rimase attivo fra il 1863 e il 1877.
Ma fu dopo, nel 1879, che Saldungaray cominció a crescere come popolazione anche se rimaneva sempre un piccolo paese di campagna.
In quello stesso anno, Pedro Saldungaray, di origine vasco-francese divenne proprietario di 2670 ettari, da lui deriverebbe poi il nome dato al comune.
La prima casa ed il primo albergo della zona nacquero nel 1901. Incredibile trovare in mezzo a quel paessaggio due costruzioni, le prime di un posto che ancora oggi fa fatica ad inserirsi nei percorsi turistici "tradizionali".
Il treno arriva a Saldungaray nel 1903 collegandola così alle città di Olavarría - Pringles e Bahia Blanca. Un anno dopo il paese arriva al punto massimo di organizzazione; si progetta la costruzione della Chiesa che si avvierà dopo nel 1905. E dal 1906 apre le porte la prima scuola del paese.
È curioso però sapere che la fondazione del comune avenne ancora dieci anni dopo. Quando l'erede di Pedro Saldungaray suggerì donare una frazione di terra e fondare il "grande paese", come venne denominato dai discendenti europei che li vi risiedevano.
Immersa nel verde dei colli di Villa Ventana, Sandungaray ebbe da sempre una grande produzione di prodotti agricoli di grande qualità e da qualche anno si caratterizza per essere una delle regioni vitivinicole più riconosciute della provincia di Bs.As. Rimane sempre da dire che anche se il paese è cresciuto in servizi, il numero di abitanti si è sempre mantenuto ed è il piccolo paese di entroterra, ricco di storie "paisane".
Ma... torniamo ancora alla storia. Saltiamo indietro fino al 1938.
L'anno delle grandi costruzioni, della nascita del Municipio, dei ponti sul ruscello Rivera, di quello sul fiume Sauce Grande, del Mercato Municipale, del macello e del grande monumento alle porte del cimitero. Tutti edifici nati grazie al lavoro del Deputato Santiago P. Saldungaray, nipote del fondatore.
E arrivati a questo punto devo esservi sincera: non avrei mai immaginato di trovare in un paese così minuscolo come Saldungaray un'opera architettonica dalle dimensioni gigantesche.
Andando verso la strada che porta di ritorno a Villa Ventana, piccolo comune fra i colli, mi son trovata davanti ad un immensa porta, vestita da una costruzione circolare e, in mezzo, una croce a mio avviso "pazzesca" dove Gesù era rappresentato solo e unicamente dalla testa.
Son rimasta a guardare il posto in silenzio, almeno durante 5 minuti. Guardare la vecchia costruzione, un po' scolorita, guardarsi intorno e non trovare nessuno... era senz'altro un po' tetro.
Però è stato comunque il primo momento in cui mi sono fermata con piacere a guardare ciò che Salamone fece tanti anni fa: il cimitero.
Fino a quel momento non sapevo esattamente chi fosse l'architetto. Arrivata a casa, sono andata di corsa a cercare qui, su Internet. E, indovinate! l'architetto era di origine italiana e si chiamava Francisco Salamone.
Figlio d'italiani provenienti da Catania, Sicilia, Francisco, uno dei 4 figli Salamone, nacque a Bs.As il 5 giugno del 1897.
Finita la scuola, Francisco Salamone decise di dedicarsi all'architettura come suo babbo. Così inizio i suoi studi nell'Università Nacional de La Plata e li concluse a Cordoba. Nel 1917 ricevete la Laurea di architetto e ingenero.
Ma le sue opere arrivarono alcuni anni dopo, più precisamente a partire dal 1930, momento in cui Salamone lavorò, in provincia di Cordoba, nella pavimentazione di gran parte della provincia, però, con la difficoltà di lavorare per un governo corrotto e non poter portare a termine i suoi progetti, dovendo tornare in provincia di Buenos Aires.
In quegli anni il governatore della Provincia di Bs.As era Manuel A. Fresco, amico di Francisco che l'incaricò la costruzione di tutti gli edifici pubblici della Pampa humeda.
Cimiteri, edifici comunali, monumenti e macelli sono state le opere significative che Salamone portò a termine in tutta la provincia in 4 anni di lavoro! si, dal 1936 al 1940. Tracciando un percorso di patrimonio architettonico e artistico unico e di grande rillievo per la comunità italiana nel mondo.
Gli affezzionati di Salamone vengono in queste terre per scoprire (e documentare in fotografie) le sue opere e addentrarsi nel mondo argentino della pampa, la campagna, i sapori e i colori unici che questa terra regala.
Ma oltre ad essere un grandissimo (scusateci se non siamo obiettivi a volte) architetto, si dedicò anche a far politica, arrivando a presentarsi come candidato a Senatore provinciale dell'Unión Civica Radical senza maggior successo.
La sua famiglia? ... Francisco sposò una ragazza inglese con cui ebbe quattro figli. Proprio come suoi genitori italiani.
By Magalí Pizarro / Posted on sabato, marzo 24, 2012 / Categories: argentina, News, storia
sabato 24 marzo 2012 - 12.30h
redazione @oraitaliaradio
"Mio fratello ha rinunciato ad avere un'opinione, mio fratello ha rinunciato in cambio di un padrone che sceglie al suo posto e che non può sbagliare perchè ormai nessuno lo riesce a giudicare". -
Oltre la guerra e la paura, Modena City Ramblers.
Dopo 36 anni dal golpe di stato della Giunta Militare in Argentina, Radio Nacional e Ora Italia ricordano i fatti di quel 24 marzo 2012 con un brano musicale e l'audio registrazione (in lingua italiana) della lettera aperta alla Giunta militare inviata il 24 marzo 1977 (un anno dopo l'inizio della dittatura) dal giornalista e scrittore Rodolfo Walsh, scomparso il giorno dopo la sua stesura.
La lettera è un documento prezioso, sia per l’analisi della situazione politica sia per l’impegno a favore della vita e della libertà.
ROMA \aise\ - Il 17 marzo diventa la "Giornata dell’Anniversario dell’Unità d’Italia", lo ha deciso oggi il Consiglio dei Ministri con un provvedimento ad hoc.
Il 17 marzo è una data dal forte valore simbolico per l’Italia. È in questa data che centocinquanta anni fa, nel 1861, è stato proclamato il Regno d’Italia. Il 17 marzo rappresenta quindi il punto di arrivo nel percorso dell’unificazione nazionale e, al tempo stesso, il punto di partenza del cammino verso il completamento dell’unificazione del Paese.
Per queste ragioni il Consiglio dei Ministri ha istituito, su proposta del Sottosegretario alla comunicazione e all’editoria, Paolo Peluffo, la “Giornata dell’Anniversario dell’Unità d’Italia”, da celebrare il17 marzodi ogni anno. La nuova solennità civile, che quindi non comporta riduzioni degli orari negli uffici e nelle scuole, rappresenta la sintesi di un anno intenso di celebrazioni ed eventi - quello appena trascorso- durante il quale si è celebrato il Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, con una vasta partecipazione della società civile e delle Istituzioni. Crea inoltre un’occasione nuova per tenere viva nella società civile e nelle istituzioni la memoria dell’anniversario.
Durante la “Giornata dell’Anniversario dell’Unità d’Italia” è prevista l’organizzazione di iniziative, su tutto il territorio nazionale e, in particolare, nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle città e nei luoghi di preminente rilievo per il processo di unificazione e di costituzione dello Stato italiano. Le iniziative comprendono giornate di studio, dibattiti e convegni scientifici, ma anche occasioni ricreative finalizzate a coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini.
Dall’iniziativa non deriveranno nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.(aise)
Salve a tutti gli ascoltatori di
Ora Italia! Oggi la cartolina è molto, molto speciale, perchè ve la
raccontiamo insieme alla conduttrice di Ora Italia, Magalì Pizarro, che
qualche settimana fa è stata insieme a noi alla scoperta della Romagna
profonda e delle sue tradizioni.
E’ pèn de mi paèis
Te mi
paèis i fa ancòura un pèn
stil
cumè un òs-cia
ch’l’è
pu e’ pèn ch’u s magnévva Crést.
Il cus
s’un piat tònd
ad tèra
còta
culòur
de madòun un po’ sbiavéid
ch’e’
sòuna te tuchèl.
L’è un
pèn fat sa pòchi ròbi:
acqua,
faréina e sèl.
Quand
ch’l’è còt e’ sfòia un bisinìn
un
bisinìn u s bréusa
cumè la
faza dla léuna
quand la
à la luce ad travérs.
A
panséi bén
l’è un
pèn ch’u n sa ‘d gnént
s’u n
fòss che l’à e’ gòst
di mi
dis an.
Il pane del mio paese
Nel mio
paese fanno ancora il pane
sottile
come l’ostia
che poi
è il pane che mangiava Cristo.
Lo
cuociono su di un piatto tondo
di
terracotta- colore del mattone un po’ scolorito
che
suona nel toccarlo.
E’ un pane
fatto con poche cose:
acqua,
farina e sale.
Quando è
cotto si sfoglia un pochino
un poco
si brucia
come la
faccia della luna
quando
ha la luce di sbieco.
A
pensarci bene
è un
pane che non sa di niente
se non
fosse che ha il gusto
dei miei
dieci anni.
[Nino Pedretti, Al Vòusi Einaudi 2007]
Oggi vi portiamo a Montetiffi
alla scoperta delle rinomate "Teglie di Montetiffi" e andiamo a
conoscere i coniugi Camilletti-Reali che ci presentano i segreti della
creazione di una teglia, per secoli gelosamente tramandati di padre in
figlio.
In passato, famiglie intere
hanno trovato sostentamento da questa attività, la produzione delle teglie,
che ha avuto come centro il borgo in pietra di Montetiffi.
Così si è andati avanti fino
agli inizi degli anni novanta, quando gli ultimi due tegliai della Valle dell’Uso
hanno chiuso bottega. Un mestiere che era un'arte, che aveva il profumo della
terra e la tenerezza di un quadretto di piada, sembrava definitivamente
perduto, lasciato tra le pieghe del tempo. Poi è arrivato il caso, forse il
destino. I coniugi Camilletti-Reali hanno deciso di ricominciare a realizzare
teglie. Oggi il loro laboratorio è aperto a tutti, e noi di TER siamo
risaliti insieme a Magalì lungo la
Valle dell'Uso e siamo andati a vedere da vicino le fasi di
realizzazione di una teglia.
Le teglie vengono create in
diversi formati: più grandi per il camino o la stufa, più piccole per i
fornelli a gas. Si tratta di uno dei prodotti più autentici dell'artigianato
di Romagna, che può fungere anche da oggetto ornamentale.
Come nasce una teglia? I termini
"testo" o "tegghia" erano usati un tempo per indicare la
teglia in argilla. La voce "testo" deriva dal latino
"testum" che significa "coccio di terracotta".
"L'argilla viene ancora
raccolta a mano, nelle vene del territorio di Montetiffi, così come il
minerale di calcite ("merum" in dialetto)" ci spiega Rosella
Reali, "e l'acqua è rigorosamente di sorgente." Una volta raccolta,
l'argilla viene messa ad asciugare, setacciata e selezionata manualmente. Quando
il prodotto è secco viene frantumato in polvere grossolana e messo in ammollo
in mastelli. L'impasto così ottenuto viene tirato su piani di marmo.
Con torni a pedale si sovrappone
una tavola con una spolverata di cenere, e con una manciata di impasto si
inizia a plasmare il prodotto, ottenendo così la base ("e fundel").
Facendo girare il tornio, col movimento delle mani si crea l'orlo
("l'urel"), dopodichè si raffina la teglia levigandola. Lo stampo è
pronto e viene poi lasciato per un'oretta al sole, poi posto nell'essicatoio
per circa due mesi e ogni giorno le teglie vengono rivoltate!
Una volta essicate, le teglie
vengono fatte cuocere in uno speciale forno a legna alla temperatura di
700/800 gradi per 8/9 ore. Infine, vengono lasciate riposare un paio di
giorni, durante i quali si verifica se vi sono crepe o fratture. Il prodotto
così ottenuto è un piccolo capolavoro e su di esse viene posto un timbro che
ne certifica la provenienza: "Teglie di Montetiffi".
Le teglie tornano a vivere e a
testimoniare un mestiere che raccoglie l'energia creativa che nasce dalla
terra. Uguale nel tempo la magia, uguale nei secoli la poesia: "Fosse pur là dove è
maestra gente in far teglie sotto cui bel bello scoppietti il pungitopo e la
ginestra, a Montetiffi?"
Così Giovanni Pascoli cantava il
paese dei tegliai. Sì Giovanni Pascoli, anche lui siamo andati a trovare nel
suo paese natale, a San Mauro Pascoli, ma questa, è tutta un'altra storia,
che racconteremo un'altra volta.
n.d.r. Brano: 'Romagna e Sangiovese', Raoul Casadei.
n.d.r. 2. Ora Italia ringrazia di cuore lo Staff di TER, in particolare Nicholas, per la pazienza e disponibilità nell'accompagnarci a scoprire l'arte delle teglie. E infine a Rosella e Maurizio per il ricevimento nel loro laboratorio ed il tempo dedicato. Gracias!